I prigionieri del passato
di FRANCO VENTURINISe ieri l’opposizione ha votato «no» al rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq, non è soltanto per l’emozione e il senso di rivolta che il pianto di Giuliana Sgrena ha suscitato in tutti gli italiani. A costo di apparire cinici, di quel «no» occorre dare una fredda valutazione politica. E diventa allora inevitabile constatare come l’Unione, malgrado le insistite professioni di europeismo, abbia scelto di ignorare quanto l’Europa farà tra una settimana a Bruxelles: voltare pagina senza andare a Canossa, stringere la mano di Bush come pegno di reciproco rispetto e mettere in buon ordine, sull’Iraq, una serie di obbiettivi diventati comuni. Gioverà ricordare che i «cattivi» Francia e Germania, dietro i sorrisi, continueranno ad essere tali. Niente invio di truppe, addestramento sì ma soltanto fuori dal territorio iracheno, mantenimento delle vecchie critiche sulla legalità e sulla opportunità della guerra decisa da Washington. E tuttavia, all’indomani di un’elezione che da sola non crea la democrazia in Iraq ma rientra nel percorso politico deciso dall’Onu, Parigi e Berlino giudicano che si possa lavorare con Bush alla stabilizzazione del Paese e dell’area.
Ebbene, perché la Fed non ha fatto con Berlusconi quel che Parigi e Berlino stanno per fare con l’America? Alcune risposte sono semplici e anche comprensibili. Pur senza chiedere il ritiro immediato del contingente italiano, l’Unione ha voluto adottare una linea che tenesse insieme tutta l’alleanza di centro-sinistra. Tanto più che in Italia è aperta una campagna elettorale destinata a durare fino alle politiche del 2006, e che nessuno a sinistra ha intenzione di entrare in conflitto con la propria base notoriamente contraria alla guerra in Iraq.
Se queste erano le priorità tattiche dell’Unione, non si può ritenere sorprendente la sua scelta né gridare all’antiamericanismo dilagante. Ma la mossa, per risultare credibile in vista di una futura responsabilità di governo, esigeva motivazioni solide che almeno nello spirito si collegassero all’esempio franco-tedesco. Ed è invece proprio qui che l’opposizione è mancata.
Si torna a insistere sul ruolo guida dell’Onu. Ma un ruolo guida l’Onu lo esercita già attraverso la risoluzione 1546 che ha portato alle elezioni, e credere che le attuali forze multinazionali possano essere sostituite da «caschi blu» è a dir poco fantasioso. Viene sollecitata una seduta straordinaria del Consiglio europeo. Ma così si tornerebbe al trionfo del generico, oppure ci si tornerebbe a dividere. Ancora: le «tappe della transizione in atto» sono già indicate nella 1546, la conferenza internazionale sulla ricostruzione viene proposta anche dal governo, e la Fed non pare sospettare che mentre lei vota «no» un ritiro delle forze italiane possa avvenire alla vigilia delle elezioni del 2006 e fare così il gioco di Berlusconi.
Avendo deciso di giocare duro, l’opposizione poteva negare che la semplice mancanza di democrazia rappresenti un casus belli . Poteva sottolineare che in Iraq il partito «americano» di Allawi ha ottenuto il 13 per cento. Poteva dire con forza che va rispettata la scadenza Onu di fine 2005 per le nuove elezioni e l’inizio del ritiro militare straniero. Queste cose i francesi e i tedeschi le diranno a Bush. La Fed, invece, ha respinto il dialogo sposato da Parigi e Berlino per poi avanzare argomentazioni assai più deboli delle loro.
A sinistra qualcosa non va, e l’Unione avrebbe ogni interesse a rifletterci con urgenza visto che proprio l’Europa, nel domani sperato, dovrebbe servire a bilanciare l’effetto Bertinotti.
Corriere della Sera
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