venerdì, febbraio 25, 2005

I ciellini in coda

I ciellini in coda dalla periferia di Milano al Duomo per il grande abbraccio furono per alcun tempo una sorta di popolo negato, gente che aveva delle idee strane ed estranee alla cultura corrente nell’establishment laico, borghese, di sinistra o di destra che fosse. Non capivano la bellezza della marcia trionfale dei diritti, il rinnovamento libertario dei costumi, le ansie di una chiesa di base in rivolta conciliare contro la gerarchia e ogni forma di obbedienza, non erano strettamente e rigorosamente individualisti, avevano in testa valori polverosi e abusati come la famiglia, la procreazione, l’educazione scolastica come pedagogia della realtà, e la loro predicazione di libertà, in quanto segnata da quella maniacale idea del cristianesimo come avvenimento legato a Gesù Cristo, come incarnazione del divino nella storia, come esperienza e vissuto, sembrava a chi stava nel fiume della cultura corrente, nel mainstream, nel flusso delle idee accettate, la mascheratura di un integralismo fanatico e bigotto. L’esclusione non riguardava soltanto l’Italia della turbolenza sociale, dove spadroneggiavano classismo ed estremismo in forme ideologiche varie, e non si risolveva soltanto nelle famose scazzottate davanti a scuole e università, non si limitava alle dinamiche di branco; era una negazione più sottile, che sfiorava appena una figura come don Luigi Giussani ma centrava in pieno il suo popolo oggi raccolto intorno alle sue spoglie, sicché i ciellini non erano titolari di una voce civile accettata, dovevano stare ai margini del codice culturale dominante, dovevano essere considerati come cristiani delle catacombe, invasati abitatori dei margini dell’impero culturale, che facevano del volontariato sociale e altre attività da bollare come politicantismo ed affarismo, e naturalmente spesso si beccavano, in quel paese offuscato da ipocriti e falsi rancori, di fascisti.
Oggi i ciellini, straordinaria mescolanza di vite diverse, di radici ed esperienze ormai cosmopolite che penetrano la terra in decine di paesi, sono rispettati e studiati come uno dei grandi soggetti nuovi emersi nel cristianesimo del Novecento. Questo mutamento, che si riflette anche nelle eulogie dedicate al loro capo, è l’esatta misura, nonostante tutto, del fatto che l’Italia è cambiata, e in meglio. E’ stato detto che la virtù o una delle virtù di Giussani fu di saper far convivere il diverso, di saper commisurare fede, cultura, obbedienza e libertà in un materialismo esistenziale cristiano con molti elementi di originalità e con una grandissima e leale apertura alle curve della storia umana. E’ vero. Semplicemente vero.
Il Foglio